Diabolicus (Moderatore)
1158 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
articolo discutibile: sicuramente dice molte cose vere, ma ve ne sono tante altre quantomeno opinabili.
Ciò che mi disturba sono i commenti degli utenti, a volte mi chiedo se qualcuno in Italia si ricorda mai che siamo l'ottava economia mondiale...
ilverococco (Membro)
314 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
Ciò che mi disturba sono i commenti degli utenti, a volte mi chiedo se qualcuno in Italia si ricorda mai che siamo l'ottava economia mondiale...
beh, sicuramente gli italiani lo ricorderebbero se ci fosse più lavoro e meglio retribuito, se provi a fare un dottorato e scopri che lo devi fare gratis, e se devi spostarti mille chilometri da casa tua per trovare un'occupazione decente...saremmo pure l'8a economia mondiale, ma sicuramente la qualità della vita non è tra le prime 8.
fra.gere (Membro)
6 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
Per chi fosse in difficoltà con l'inglese, l'associazione Italia Futura ha gentilmente tradotto l'articolo:
Arrivederci Italia: perché i giovani se ne vanno
La fuga dei cervelli vista da Time Magazine
di Stephan Faris , pubblicato il 11 ottobre 2010
Non è il tipo di consiglio che ti aspetti dal rettore di un'università. In una lettera aperta a suo figlio pubblicata lo scorso novembre, Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, scrisse: "Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui è possibile stare con orgoglio. […] Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati".
La lettera, pubblicata da Repubblica, ha dato il via ad un acceso dibattito nazionale. In molti hanno pensato che Celli avesse messo nero su bianco la sensazione - sempre più diffusa tra i coetanei di suo figlio - che le migliori possibilità di successo stanno oltre i confini italiani. I commentatori sottolineano come l'esodo dei cervelli si stia accelerando e sono preoccupati che il paese stia perdendo la sua risorsa più preziosa. E con riforme rese praticamente impossibili da interessi profondamente radicati e dalla situazione politica "sotto-sopra" - nuove divisioni nella maggioranza sembravano la scorsa estate minacciare ancora una volta la tenuta del governo di Silvio Berlusconi - in molti iniziano a chiedersi se la tendenza non sia irreversibile. "Abbiamo un flusso verso l’estero e praticamente nessun flusso in ingresso", dichiara Sergio Nava, conduttore del programma Giovani talenti (di Radio 24) e autore del libro e del blog La fuga dei talenti, che racconta l'esodo.
I motivi che spingono ad andarsene non sono cambiati molto dalla scorsa ondata di emigrazione, quando un secolo fa in molti andavano a cercare fortuna altrove. Ma questa volta, invece di braccianti agricoli e manovali che affollano navi dirette a New York, l'Italia sta perdendo i suoi elementi migliori e più brillanti per via di un decennio di stagnazione economica, un mercato del lavoro bloccato e un sistema radicato di raccomandazioni e clientelismo. Per molti tra gli italiani più bravi e qualificati, le opportunità si trovano docunque tranne che in patria.
Prendete Luca Vigliero, architetto trentunenne. Dopo essersi laureato all’Università di Genova nel 2006 e non riuscendo a trovare un lavoro soddisfacente in italia, se n'è andato, lavorando prima per un anno nello studio di Rem Koolhaas a Rotterdam e accettando poi un lavoro a Dubai nel 2007. In Italia il suo curriculum non aveva riscosso interesse. Nello studio X Architects di Dubai è stato presto promosso. Ora dirige una squadra di sette persone. "Qui lavoro su progetti di musei, ville e centri culturali". La fuga dall'Italia ha permesso a Vigliero anche di velocizzare il suo progetto di vita personale. Lui e sua moglie hanno avuto un figlio a settembre; dichiara che se fossero rimasti nella penisola non avrebbero potuto permettersi finanziariamente di avere un figlio cosi presto. "Tutti i miei amici rimasti in Italia non sono sposati, hanno lavori molto basilari e vivono con i genitori". E prosegue "Qui c’è un futuro. Ogni anno succede qualcosa: nuovi progetti. In Italia, non c'è vento. È tutto bloccato".
Nessuno in Italia tiene il conto di quanti giovani professionisti o laureati vanno a cercare fortuna all'estero, ma ci sono molti segnali che indicano come il dato stia crescendo. Il numero di italiani dall'età compresa tra i 25 e i 34 con diplomi universitari che hanno dichiarato allo Stato di vivere all'estero è cresciuto in modo stabile, da 2.540 nel 1999 a 4.000 nel 2008. Il Censis stima che 11.700 laureati italiani abbiano trovato lavoro all'estero nel 2006 - uno su 25 ad essersi laureato in quell'anno. Secondo un sondaggio effettuato dalla Bachelor, un agenzia di reclutamento milanese, il 33,6% dei neolaureati pensa di dover lasciare il paese per trovare un lavoro che tenga conto della propria istruzione. Ad un anno dalla laurea, è il 61,5% degli stessi intervistati a pensarlo.
Non è difficile capire il perché. Le difficoltà economiche italiane pesano duramente sulle spalle dei giovani. Secondo un rapporto pubblicato a maggio dall'Istat, il 30% dei giovani dai 30 ai 34 anni vive ancora dai genitori, tre volte di più che nel 1983. E uno su cinque tra i 15 e i 29 anni ha praticamente abbandonato: non studia, non si forma, e non lavora. "Stiamo condannando un'intera generazione ad un buco nero", dichiara Celli.
Lavori per i ragazzi (cresciuti)
Gli italiani senza laurea spesso finiscono nell'economia sommersa, svolgendo in nero squalsiasi tipo d lavoro, ma i laureati - o più in generale quelli con maggiori aspirazioni- fanno ancora più fatica a trovare un lavoro che corrisponda al loro livello di istruzione. Il tasso di disoccupazione tra i laureati dai 25 ai 29 anni è di 14%, più del doppio del valore nel resto dell’Europa e più elevato di quello dei loro coetanei meno diplomati.
C'è una parola in Italia per definire il problema: gerontocrazia, o il governo degli anziani. Una parte troppo importante dell'economia è mirata a prendersi cura degli italiani più avanti con l'età. Mentre il paese spende relativamente poco in politiche di sostegno all'alloggio, la disoccupazione e servizi per l'infanzia - il welfare da cui dipendono i govani per avviare le loro carriere - ha mantenuto le pensioni a livelli tra i più alti d'Europa. Questo squilibrio si estende al settore privato, dove le corporazioni e una radicata "cultura dell’anzianità" mantengono i lavori migliori fuori dalla portata dei giovani.
Da sempre in Italia vigge un sistema gerarchico in cui i giovani sono sottomessi all'autorità finché non arriva il loro momento di prendere in mano le redini. "Non vieni mai considerato un lavoratore esperto in base al tuo curriculum, o al tuo talento, ma unicamente in base all’età" dichiara Federico Soldani, 37 anni, un epidemologo che ha lasciato Pisa nel 2000 e lavora ora a Washington per la Food and Drug Administration. "Se hai meno di 40 anni, vieni considerato giovane".
Il sistema ha funzionato - in un certo senso - finché l'economia cresceva. La pazienza pagava e i posti di lavoro si aprivano al prossimo in linea. Ma con la recessione prolungata, il mercato del lavoro si è bloccato. "La fila non si muove più", prosegue Soldani. L'ingresso in certe professioni - come la redditizia carriera di notaio - è così limitata da diventare praticamente ereditaria. In un paese dove il successo è costruito sulle relazioni e l'anzianità, solo gli amici e i figli delle élite hanno un opportunità di saltare la fila.
Per gli altri questo significa pochi posti di lavoro, sottopagati e senza alcuna forma di responsabilità. Quando Filippo Scognamiglio, 29 anni, segretario di NOVA - associazione che vuole promuovere l’ingresso degli studenti italiani agli MBA più prestigiosi - ha paragonato gli stipendi netti per la stessa posizione, nella stessa multinazionale ma in Italia o negli Stati Uniti, ha scoperto che un italiano munito di MBA che sceglie di rimanere in patria gudagna in media il 58% di quello che verrebbe pagato negli USA. "E’ più facile avere successo negli Stati Uniti che nel mio paese se si ha talento e ci s'impegna", dice Scognamiglio. Come conseguenza, dopo essersi diplomato quest’anno alla Columbia Business School, ha deciso di rimborsare l’azienda italiana che aveva finanziato il suo master per accettare un lavoro negli Stati Uniti. "È un voto di 70.000 euro che do alle opportunità di carriera all'estero".
Copyright Time Magazine. Ottobre 2010.
Diabolicus (Moderatore)
1158 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
ottimo articolo
a ti no te afecta la crisis?
DiegoDDM (Membro)
468 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
Ciao Diabolicus,
hai percaso il link diretto alla traduzione? Grasssie
fra.gere (Membro)
6 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
Anche a me gli articoli di giornali stranieri che parlano male dell'Italia mi stanno abbastanza sul c . Mi sento un po' come il padre che sgrida sempre suo figlio, che se però è qualcun altro a rimproverarlo va su tutte le furie.
Ad ogni modo l'articolo è tristemente veritiero. Io mi muovo nell'ambito dell'università, vado spesso a congressi internazionali e vi posso assicurare che gli italiani residenti all'estero che lavorano nella ricerca sono più di di tutti gli altri. Il greco che sta in Inghilterra o il tedesco in Irlanda li trovi sempre, ma gli italiani che stanno fuori sono un numero cento volte maggiore.
Il problema c'è
Saremo pure l'ottava economia del mondo, ma se guardiamo al nostro misero tasso di crescita degli ultimi 15 anni (tra lo 0 e l'1%) siamo dietro a decine e decine di paesi
Il problema c'è
Wou
Visix (Membro)
118 messaggi - Pubblicato 1 anno fa #
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2024136-1,00.html
Diabolicus
1158 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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articolo discutibile: sicuramente dice molte cose vere, ma ve ne sono tante altre quantomeno opinabili.
Ciò che mi disturba sono i commenti degli utenti, a volte mi chiedo se qualcuno in Italia si ricorda mai che siamo l'ottava economia mondiale...
ilverococco
314 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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beh, sicuramente gli italiani lo ricorderebbero se ci fosse più lavoro e meglio retribuito, se provi a fare un dottorato e scopri che lo devi fare gratis, e se devi spostarti mille chilometri da casa tua per trovare un'occupazione decente...saremmo pure l'8a economia mondiale, ma sicuramente la qualità della vita non è tra le prime 8.
fra.gere
6 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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Per chi fosse in difficoltà con l'inglese, l'associazione Italia Futura ha gentilmente tradotto l'articolo:
Arrivederci Italia: perché i giovani se ne vanno
La fuga dei cervelli vista da Time Magazine
di Stephan Faris , pubblicato il 11 ottobre 2010
Non è il tipo di consiglio che ti aspetti dal rettore di un'università. In una lettera aperta a suo figlio pubblicata lo scorso novembre, Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, scrisse: "Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui è possibile stare con orgoglio. […] Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati".
La lettera, pubblicata da Repubblica, ha dato il via ad un acceso dibattito nazionale. In molti hanno pensato che Celli avesse messo nero su bianco la sensazione - sempre più diffusa tra i coetanei di suo figlio - che le migliori possibilità di successo stanno oltre i confini italiani. I commentatori sottolineano come l'esodo dei cervelli si stia accelerando e sono preoccupati che il paese stia perdendo la sua risorsa più preziosa. E con riforme rese praticamente impossibili da interessi profondamente radicati e dalla situazione politica "sotto-sopra" - nuove divisioni nella maggioranza sembravano la scorsa estate minacciare ancora una volta la tenuta del governo di Silvio Berlusconi - in molti iniziano a chiedersi se la tendenza non sia irreversibile. "Abbiamo un flusso verso l’estero e praticamente nessun flusso in ingresso", dichiara Sergio Nava, conduttore del programma Giovani talenti (di Radio 24) e autore del libro e del blog La fuga dei talenti, che racconta l'esodo.
I motivi che spingono ad andarsene non sono cambiati molto dalla scorsa ondata di emigrazione, quando un secolo fa in molti andavano a cercare fortuna altrove. Ma questa volta, invece di braccianti agricoli e manovali che affollano navi dirette a New York, l'Italia sta perdendo i suoi elementi migliori e più brillanti per via di un decennio di stagnazione economica, un mercato del lavoro bloccato e un sistema radicato di raccomandazioni e clientelismo. Per molti tra gli italiani più bravi e qualificati, le opportunità si trovano docunque tranne che in patria.
Prendete Luca Vigliero, architetto trentunenne. Dopo essersi laureato all’Università di Genova nel 2006 e non riuscendo a trovare un lavoro soddisfacente in italia, se n'è andato, lavorando prima per un anno nello studio di Rem Koolhaas a Rotterdam e accettando poi un lavoro a Dubai nel 2007. In Italia il suo curriculum non aveva riscosso interesse. Nello studio X Architects di Dubai è stato presto promosso. Ora dirige una squadra di sette persone. "Qui lavoro su progetti di musei, ville e centri culturali". La fuga dall'Italia ha permesso a Vigliero anche di velocizzare il suo progetto di vita personale. Lui e sua moglie hanno avuto un figlio a settembre; dichiara che se fossero rimasti nella penisola non avrebbero potuto permettersi finanziariamente di avere un figlio cosi presto. "Tutti i miei amici rimasti in Italia non sono sposati, hanno lavori molto basilari e vivono con i genitori". E prosegue "Qui c’è un futuro. Ogni anno succede qualcosa: nuovi progetti. In Italia, non c'è vento. È tutto bloccato".
Nessuno in Italia tiene il conto di quanti giovani professionisti o laureati vanno a cercare fortuna all'estero, ma ci sono molti segnali che indicano come il dato stia crescendo. Il numero di italiani dall'età compresa tra i 25 e i 34 con diplomi universitari che hanno dichiarato allo Stato di vivere all'estero è cresciuto in modo stabile, da 2.540 nel 1999 a 4.000 nel 2008. Il Censis stima che 11.700 laureati italiani abbiano trovato lavoro all'estero nel 2006 - uno su 25 ad essersi laureato in quell'anno. Secondo un sondaggio effettuato dalla Bachelor, un agenzia di reclutamento milanese, il 33,6% dei neolaureati pensa di dover lasciare il paese per trovare un lavoro che tenga conto della propria istruzione. Ad un anno dalla laurea, è il 61,5% degli stessi intervistati a pensarlo.
Non è difficile capire il perché. Le difficoltà economiche italiane pesano duramente sulle spalle dei giovani. Secondo un rapporto pubblicato a maggio dall'Istat, il 30% dei giovani dai 30 ai 34 anni vive ancora dai genitori, tre volte di più che nel 1983. E uno su cinque tra i 15 e i 29 anni ha praticamente abbandonato: non studia, non si forma, e non lavora. "Stiamo condannando un'intera generazione ad un buco nero", dichiara Celli.
Lavori per i ragazzi (cresciuti)
Gli italiani senza laurea spesso finiscono nell'economia sommersa, svolgendo in nero squalsiasi tipo d lavoro, ma i laureati - o più in generale quelli con maggiori aspirazioni- fanno ancora più fatica a trovare un lavoro che corrisponda al loro livello di istruzione. Il tasso di disoccupazione tra i laureati dai 25 ai 29 anni è di 14%, più del doppio del valore nel resto dell’Europa e più elevato di quello dei loro coetanei meno diplomati.
C'è una parola in Italia per definire il problema: gerontocrazia, o il governo degli anziani. Una parte troppo importante dell'economia è mirata a prendersi cura degli italiani più avanti con l'età. Mentre il paese spende relativamente poco in politiche di sostegno all'alloggio, la disoccupazione e servizi per l'infanzia - il welfare da cui dipendono i govani per avviare le loro carriere - ha mantenuto le pensioni a livelli tra i più alti d'Europa. Questo squilibrio si estende al settore privato, dove le corporazioni e una radicata "cultura dell’anzianità" mantengono i lavori migliori fuori dalla portata dei giovani.
Da sempre in Italia vigge un sistema gerarchico in cui i giovani sono sottomessi all'autorità finché non arriva il loro momento di prendere in mano le redini. "Non vieni mai considerato un lavoratore esperto in base al tuo curriculum, o al tuo talento, ma unicamente in base all’età" dichiara Federico Soldani, 37 anni, un epidemologo che ha lasciato Pisa nel 2000 e lavora ora a Washington per la Food and Drug Administration. "Se hai meno di 40 anni, vieni considerato giovane".
Il sistema ha funzionato - in un certo senso - finché l'economia cresceva. La pazienza pagava e i posti di lavoro si aprivano al prossimo in linea. Ma con la recessione prolungata, il mercato del lavoro si è bloccato. "La fila non si muove più", prosegue Soldani. L'ingresso in certe professioni - come la redditizia carriera di notaio - è così limitata da diventare praticamente ereditaria. In un paese dove il successo è costruito sulle relazioni e l'anzianità, solo gli amici e i figli delle élite hanno un opportunità di saltare la fila.
Per gli altri questo significa pochi posti di lavoro, sottopagati e senza alcuna forma di responsabilità. Quando Filippo Scognamiglio, 29 anni, segretario di NOVA - associazione che vuole promuovere l’ingresso degli studenti italiani agli MBA più prestigiosi - ha paragonato gli stipendi netti per la stessa posizione, nella stessa multinazionale ma in Italia o negli Stati Uniti, ha scoperto che un italiano munito di MBA che sceglie di rimanere in patria gudagna in media il 58% di quello che verrebbe pagato negli USA. "E’ più facile avere successo negli Stati Uniti che nel mio paese se si ha talento e ci s'impegna", dice Scognamiglio. Come conseguenza, dopo essersi diplomato quest’anno alla Columbia Business School, ha deciso di rimborsare l’azienda italiana che aveva finanziato il suo master per accettare un lavoro negli Stati Uniti. "È un voto di 70.000 euro che do alle opportunità di carriera all'estero".
Copyright Time Magazine. Ottobre 2010.
Diabolicus
1158 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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ottimo articolo
DiegoDDM
468 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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Ciao Diabolicus,
hai percaso il link diretto alla traduzione? Grasssie
fra.gere
6 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
#
Anche a me gli articoli di giornali stranieri che parlano male dell'Italia mi stanno abbastanza sul c
. Mi sento un po' come il padre che sgrida sempre suo figlio, che se però è qualcun altro a rimproverarlo va su tutte le furie.
Ad ogni modo l'articolo è tristemente veritiero. Io mi muovo nell'ambito dell'università, vado spesso a congressi internazionali e vi posso assicurare che gli italiani residenti all'estero che lavorano nella ricerca sono più di di tutti gli altri. Il greco che sta in Inghilterra o il tedesco in Irlanda li trovi sempre, ma gli italiani che stanno fuori sono un numero cento volte maggiore.
Il problema c'è
Saremo pure l'ottava economia del mondo, ma se guardiamo al nostro misero tasso di crescita degli ultimi 15 anni (tra lo 0 e l'1%) siamo dietro a decine e decine di paesi
Il problema c'è
Visix
118 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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@fra.gere
http://www.italiafutura.it/dettaglio/110935/arrivederci_italia_perche_i_giovani_se_ne_vanno
Diabolicus
1158 messaggi - Pubblicato 1 anno fa
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